La partita che ha rilanciato uno sport

Tutta questione di centimetri. Di centesimi di secondo. Tutta questione di particolari.

Lo sport, qualunque esso sia, si fonda su essi. E spesso sono proprio quei centimetri, quei centesimi di secondo che fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta, tra la gloria e la delusione. Nel memorabile discorso tratto dal film “Ogni Maledetta Domenica”, Al Pacino (coach di una squadra di football in piena crisi di risultati, ma alla vigilia del match più importante della stagione) parlava proprio di questo: dell’importanza che i centimetri hanno nella vita in generale, ma anche e soprattutto nello sport. Probabilmente potremmo non averci mai fatto caso, ma non c’è uno sport in cui non subentri l’importanza di questi fattori. Ci sono centimetri o centesimi di secondo che possono svoltare in positivo una carriera, ma allo stesso tempo possono anche porre fine alla stessa. Sì, un qualcosa di apparentemente così insignificante può fare tutto questo. E questo è un paradosso bellissimo. A noi italiani una cosa del genere è capitata, sulla nostra pelle, non troppo tempo fa.

Facciamo un passo indietro. Siamo in Brasile, alle Olimpiadi di Rio del 2016. E’ il 19 Agosto, e l’Italia della pallavolo sta per giocare una semifinale olimpica di vitale importanza, contro gli USA, storici rivali già battuti nel girone, pochi giorni prima. Vincere questa semifinale significherebbe tornare in finale dopo dodici anni, e combattere per quell’oro olimpico tanto sognato, ma mai agguantato.

La partita si gioca davanti a più di 8000 spettatori, (bei tempi quelli con il pubblico sugli spalti…), al Maracanazinho di Rio. Ci sono tutti i presupposti per una partita epica, con fenomeni da entrambe le parti e due allenatori (Blengini e Speraw) che di pallavolo ne hanno vista davvero tanta.

La partita comincia con l’Italia che sembra un po’ bloccata, con gli statunitensi che riescono ad accumulare ben sette punti di vantaggio a metà set (8-15).

Però si sa, l’Italia non molla mai. Di qualunque sport si tratti, noi italiani siamo famosi per la nostra caparbietà, per quella voglia di lottare su ogni pallone, finchè c’è speranza. Quella caparbietà viene premiata. Gli USA hanno ben cinque palle per chiudere il set, tutte annullate dagli azzurri. Passa qualche minuto e alla prima occasione per chiudere il set, cinici come non mai, i ragazzi di Blengini chiudono 30-28 la prima partita.

A questo punto, il contraccolpo psicologico per gli statunitensi sarebbe più che normale; il secondo set infatti, dopo l’equilibrio iniziale, sembra svoltare a favore di Zaytsev e compagni. Anche i giocatori a stelle e strisce però non sembrano volersi arrendere facilmente, riescono a recuperare lo svantaggio e a portarsi a casa il secondo set. 1-1. Tutto da rifare per gli azzurri.

La partita sembra rispettare le attese, e siamo solo a metà partita. The show must go on, per dirla a modo loro. Il terzo set non è spettacolare ed equilibrato come i primi due, con gli azzurri che accusano il colpo e metaforicamente escono dal campo, permettendo agli americani di imporsi 25-9.

Si scende in campo nel quarto set con i nostri che sembrano essere sull’orlo del baratro. Dall’altra parte i ragazzi di Speraw non mollano un centimetro, e grazie ad un Anderson in stato di grazia vanno avanti anche in questo parziale, iniziando a vedere la possibilità concreta di giocarsi l’oro qualche giorno dopo. Sul 22-19 i volti degli americani sono volti di chi sa di avercela fatta, si legge in loro quella spavalderia, quella superiorità che li contraddistingue. Poi però accade di tutto. Un muro di Lanza ci porta a una lunghezza di distanza, ed è un punto che suona la carica, che riaccende i nostri. Gli americani sbagliano qualche palla di troppo, siamo 22-22. A quel punto è lo Zar, Ivan Zaytsev che da fenomeno qual è decide di prendersi la squadra sulle spalle. E infatti, ace. 23-22. Raggiunti e rimontati. Ma in questo sport basta un nulla per smuovere tutto di nuovo. Ed è qui, sul 23-22 di un quarto set di una semifinale olimpica che entrano in gioco i centimetri.

Centimetri. Quanto ne abbiamo parlato? Zaytsev batte, la palla è out. O almeno sembra essere out. Sarebbe un colpo troppo duro da digerire, gli americani sarebbero a due punti dalla finale, e contemporaneamente le speranze azzurre quasi sfumate del tutto. Viene chiamato il videocheck. Le due squadre abbracciate al centro del proprio campo, aspettano quello che sarà uno dei verdetti più importanti della propria carriera. Dopo venti secondi il verdetto arriva: la palla è dentro, ha toccato il linea. Un centimetro di linea. 24-22. Inutile dire che Zaytsev, in preda all’agonismo puro, con il terzo ace consecutivo chiuderà il set. 2-2, quinto set.

Quel centimetro di linea ha cambiato tutto. Ha dato una carica agli azzurri che giocano ormai come se non fosse un set decisivo di una semifinale olimpica. Vedono la finale, la sentono. Dall’altra parte del campo non sembra esserci più la stessa squadra vista per i primi quattro set. Quel centimetro di linea per loro ha avuto l’effetto opposto. Il quinto set è un monologo azzurro, che vede addirittura il punto di Colaci, che nella nostra nazionale fa il libero e i punti dovrebbe semplicemente non farli fare agli avversari.

15-9. L’Italia torna in finale all’Olimpiade. Alla fine l’oro non arriverà, perché i padroni di casa del Brasile sono praticamente imbattibili.

Ma quel centimetro di linea ha cambiato la storia sportiva di una nazione intera.

Quei dodici ragazzi sono diventati un esempio di caparbietà, e in quel periodo, in quell’olimpiade, si parlava solo di loro pur non essendo riusciti a portarsi a casa la medaglia più bella.

Grazie a quel centimetro, grazie a quella palla, grazie a quella partita, grazie a quei ragazzi, si sono avvicinati alla pallavolo migliaia e migliaia di giovani in tutta l’Italia.

E la pallavolo, fortunatamente, sta iniziando quel periodo di ascesa che in fondo questo sport merita.

Centimetro dopo centimetro.

Niko Cassella

Grande appassionato di sport e calcio in tutte le sue sfumature. Classe '98

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